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Briganti di Maremma

Luciano Fioravanti

Luciano Fioravanti nacque a Bagnoregio nel 1859.

Fioravanti è alto di statura, rosso di capelli (pochi) e barba e dai modi grezzi di chi a sempre vissito più a contatto con gli animali che con gli uomini.

Si sposa con tale Maddalena Martella di farnese da cui ebbe due figli prima di separarsene.

Tira a campare facendo il bracconiere e quando può ruba ciò che gli capita ... anche gli stivali.

Condannato a tre mesi di carcere in contumacia si rifugia nelle macchie di Manciano dove incontra Luigi Demetrio Bettinelli detto il "Gigione" o il "Principino" di Porretta Terme.

Nasce un sodalizio che finirà di li a poco tragicamente.

Fioravanti e il Bettinelli incontrano Tiburzi e Biagini (Biagini era lo zio di Fioravanti) e per un poco formano un bel quartetto di briganti fino a che Tiburzi e Biagini decidono che gli atteggiamenti e la voglia di primeggiare del Bettinelli non era più gradita.

Inoltre il "Gigione" molestava le donne e questo era un reato gravissimo nel regno del Livellatore.

Il 13 giugno 1889 avvenne l'iniziazione al delitto di Luciano Fioravanti con l'uccisione, sotto ordine di Tiburzi e Biagini, del Bettinelli.

A onor del vero successivamente Tiburzi e Biagini scagionarono dal delitto il Fioravanti ma la storia ci dice che a Montauto fu la doppietta del Fioravanti ad uccidere il Bettinelli.

Il 6 agosto 1889 il Biagini muore sotto i colpi dei Carabinieri, nella macchia di Gricciano sul Fiora.

In questo caso la storia non è univoca in quanto Adolfo Rossi nel suo libro "Nel regno di Tiburzi" indica come causa di morte del Biagini un più banale infarto causato dalla vista dei Carabinieri.

Il Biagini aveva ormai 67 anni e da oltre venti anni viveva alla macchia.

Particolarmente efferata fu la vendetta di Tiburzi e Fioravanti che avvenne il 22 giugno 1890 in Pian di Maggio ai danni di Raffaele Gabrielli, il fattore dei marchesi Guglielmi.

L'omicidio, che avvenne di fronte a circa 80 contadini mentre mietevano il grano, fu fatto perchè, secondo Tiburzi e Fioravanti, il Raffaele Gabrielli era colpevole di non aver avvertito il Tiburzi stesso della retata dei Carabinieri a Gricciano che portò alla morte del Biagini.

Il Tiburzi ed il Fioravanti (che ricordiamo era il nipote del Biagini) uscirono dalla macchia e chiamarono ad alta voce il fattore che stava facendo colazione insieme ai mietitori.

"Fermati, disse una volta ad un fattore che aveva fatto ammazzare dai Carabinieri il suo amico Biagini. Chi non ha da fare vada a farsi una bevuta d'acqua fresca perchè, oggi a Pian di Maggio c'è il fuoco. Le scarpe del Biagini erano scarpe da poveraccio con tante bollette, tante come le stelle, fattore, adesso le scarpe sono nella fossa con lui, le bollette sono tutte dentro il mio trombone, ma sulla tua faccia diventeranno stelle." e gli sparò alla testa uccidendolo.

Fonte Luigi Poverini - L'estate secca

Nel 1893 il fenomeno del brigantaggio interessava larghe parti d'Italia ed il Governo Giolitti, ordinò ai vari Prefetti di intervenire senza più pietà.

L'idea era semplice colpire la rete di fiancheggiatori per fare terra bruciata ai briganti.

Mandati di comparizione e mandati di arresto colpirono tra gli altri (e più famosi) il Conte Niccoloò Piccolomini ed il Principe Tommaso Corsini.

Nel complesso furono processati, con l'accusa di favoreggiamento, in 150 a Viterbo.

La brillante operazione si concluse con Tiburzi e Fioravanti liberi e decine di famiglie nei guai in quanto la maggioranza dei 150 condannati erano contadini e pastori ed a molte famiglie venne a mancare, con il loro arresto, il mezzo di sostentamento.

La storia ci ricorda che il Giolitti, saputo dei fatti, si indignò per la situazione assolutamente non sotto controllo che si era venuta a creare in Maremma.

La fine del brigantaggio in Maremma la si deve alla costanza del Capitano dei Carabinieri Michele Giacheri.

Il Capitano Michele Giacheri era gi` famoso quando al suo arrivo in Maremma in quanto a Lui si devono le catture del Brigante francesco Simeone e del Brigante Gaeta in Calabria e l'annientamento della banda della "Compagnia della teppa" in Lombardia.

Sotto la copertura di eseguire rilievi di topografia, insieme al tenente Silvio Rizzoli, il Giacheri si intrufolò nei territori preferiti dal Tiburzi e Fioravanti studiandone gli avvistamenti e gli spostamenti quasi marcando e circoscrivendo l'area di azione.

La notte tra il 23 ed il 24 ottobre 1896 era buia e tempestosa.

Il Brigadiere Demetrio Giudici ed i Carabinieri Raffaele Collecchia ed Eugenio Pasquinucci era di pattuglia tra le macchie tra la Marsiliana e Capalbio.

Macchia tra Capalbio e Marsiliana
Macchia tra Capalbio e Marsiliana

Stavano per tornare in caserma quando una soffiata giunse al Carabiniere Ciro Cavallini.

Tiburzi e Fioravanti avrebbero passato la notte in uno dei casolari dei dintorni di Capalbio.

Il Cavallini insieme al Carabiniere Pasquale Mazzocchi si aggregarono alla squadra del Brigadiere Giudici ed in cinque iniziarono la caccia.

Il folclore ci dice che sotto una pioggia torrenziale, molti coloni vennero svegliati e molti poderi perquisiti a fondo alla ricerca dei due briganti, fino a che, verso le 3:30 del mattino presso il podere di Marco Collacchioni sito sul poggio delle Forane ed abitato dalla famiglia di Nazzareno Franci finisce la latitanza del Tiburzi.

Al "chi va la" dei Carabinieri (o del Tiburzi stesso) parte lo scontro a fuoco.

Tiburzi e Fioravanti erano armati di fucile a retrocarica e fucile a canne mozze, almeno una pistala a testa, oltre agli inseparabili coltelli.

I Carabinieri spararono sulle finestre e sulla porta crivellandola di colpi quando il Tiburzi uscì allo scoperto sparando e colpendo in pieno petto il Brigadiere Giudici troppo esposto e ferendo gravemente altri due militari.

Tiburzi fu colpito prima alla gamba sinistra dal Carabiniere Collechia.

Tiburzi, ormai caduto a terra, fece l'ultimo gesto di estrarre la pistola finendo crivellato dal fuoco degli altri militi.

Con un gesto di pietà tipico dell'epoca gli fu inferto il colpo di grazia alla nuca.

Esiste anche una versione alternativa della morte di Domenico Tiburzi:

"pur di non cadere prigioniero di uno Stato da sempre avvertito come nemico, quando si vide spacciato, Tiburzi preferì uccidersi da solo.

Estrasse la pistola dalla fondina, se la puntò alla testa e premette il grilletto accasciandosi sul prato, mentre tanti colpi gli spaccavano le gambe."


Fonte intervista di Alfio Cavoli

Anche se non l'ho trovato scritto in nessuno dei testi che ho consultato, ho la certezza che Domenico Tiburzi, vecchio e mangiato dalla malaria, si sia sacrificato per permettere a Luciano Fioravanti "figlioccio" di venti anni più giovane di fuggire.

Il sacrificio finale del vecchio Re.

Forse la stessa storia era accaduta nel lontano 12 dicembre 1877 quando morì David Biscarini e si salvò il Tiburzi.

Luciano Fioravanti riuscì a fuggire scappando verso le macchie tra Pitigliano e Sorano.

La fine di luciano avvenne il 24 giugno del 1900.

Fioravanti non aveva le doti "politiche" di Tiburzi ed in pochi anni si era fatto tanti nemici (anche per certe storie di donne).

Inoltre sulla sua testa era stata messa dal Governo Italiano una forte taglia di ben 4'000 Lire.

Ecco che viene organizzata la classica congiura.

Fioravanti viene invitato a pranzo al podere Lascone.

Sono presenti Gaspare Mancini di Pitigliano insieme a Elia Bechini, Giovanni Ceccherini e Federigo Giannischi.

Si mangia e beve tanto vino (ci sembra di rivivere la strage di briganti del Crocino di Montorgiale del 30 ottobre 1897).

Alla fine del pranzo Fioravanti è un po' alticcio ed a sonno per cui si apparta nel bosco per concedersi una pennichella.

Gaspare Mancini si avvicina, gli prende il fucile e glielo scarica in testa da dietro.

Con il nuovo secolo la latitanza di Fioravanti è finita e con essa la storia del brigantaggio in Maremma.

Antonio Santinami


Sembrano storie di altri tempi, ma a Me basta pensare che mio nonno nacque a Sorano due anni prima della morte di Domenico Tiburzi e che vide in vita Luciano Fioravanti!

E forse anche mio nonno Tonino, fattore alla Parrina, chiamò una delle sue pariglie di buoi con i nomi di Tiburzi e Fioravanti.

Grazie per la lettura.

28 marzo 2015

Paolo Bonacorsi





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